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LA VITA E LE OPERE

Salvatore Ferma nacque in una piccola provincia del profondo sud della Sicilia, Ragusa, cittadina agricola dove la maggior parte degli abitanti erano contadini dediti alla coltivazione del grano, la produzione della farina ed al pascolo delle mucche. I campi di grano, i tantissimi alberi di ulivo, di carrubo e la natura aspra e arida di quella zona, la povertà della gente, i contadini a cavallo, le lavandaie presso i fiumi, sono elementi sempre presenti nelle opere dell’artista, soprattutto del primo periodo giovanile. Terzo di 13 figli di una famiglia povera, fu l’unico a continuare gli studi dopo la scuola elementare e già da adolescente espresse il desiderio di frequentare dei corsi serali di disegno, per poi frequentare 4 anni di scuola d’arte e trasferirsi infine a Palermo per proseguire gli studi all’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Pippo Rizzo, instancabile animatore di giovani. Negli anni accademici fu compagno di corso di Renato Guttuso al quale fu legato per molti anni da sincera amicizia. 

Fu durante il periodo di studio accademico che partecipò ai littoriali della pittura con una grande tela quasi incompiuta, “Vita dei Campi” vincendoli e partecipando di diritto, in qualità di commissario, alla Biennale di Venezia dell’anno successivo.

Inoltre la vincita dei littoriali gli conferì il diritto di essere annoverato tra i ritrattisti della Casa Reale, ma l’esplosione della guerra mandò in fumo questa possibilità di fama e riconoscimento.

Nonostante gli impedimenti  dovuti al suo impegno prima nella leva militare e poi in guerra negli anni successivi, l’artista  continuò un lavoro appartato, segregato e per questo ancora più sorprendente. L’attività di pittura e disegno dell’artista fu instancabile quanto segreta, conducendo una vita costantemente distaccata da ogni evento esterno. La sua intelligenza era lucida e prensile, vivace ed aggiornata, ma la radice poetica era troppo forte per piegarsi ai mutamenti delle mode. Dopo un inizio di sensibilità sottile e onirica, attenta agli accenti di una cultura siciliana che egli avvertiva d’istinto, negli anni quaranta Ferma irrobustì la visione con interventi tempestivi sul fronte dei drammi sociali (di straordinaria efficacia i disegni di guerra, rimasti nel cassetto a differenza di tanti altri) e con una tematica che poi il neorealismo avrebbe divulgato. 

Tra il 1939 ed i primi mesi del 1940 Ferma, ancora studente all’Accademia di Palermo, realizzò circa 50 incisioni tra puntasecca e acquaforte, ma la sua dedizione all’opera incisoria si interruppe drasticamente e non venne mai più ripresa.  Chi non ebbe modo di conoscere quelle lastre pensò ad un tentativo fallito e rifiutato; ma fu vero il contrario in quanto l’artista, che si dedicò all’incisione dopo l’episodio per lui vischioso e preclusivo dei littoriali, vi trovò un terreno di ricerca e d’espressione estremamente congeniale e i risultati si collocarono in quel filone di incisione italiana che vede in Luigi Bartolini il rappresentante più efficace. A tal proposito il critico Giulio Argan, dopo aver visto una cartella piena di disegni ed incisioni di Salvatore Ferma, rimase letteralmente stupito dalla bravura di questo artista, considerandolo tra gli incisori italiani secondo solo al Bartolini.

Ferma traeva dalla propria nativa sensibilità il dono di un segno essenziale e vibrante, dell’istintivo equilibrio di chiari e di scuri, di mezzetinte, specie nella puntasecca, ottenute magicamente. 

Così passò da taluni studi di cavallette, sobri, quasi appunti di diario visivo, ad una sorta di pro-memoria affettivo ispirato dalle viuzze di Palermo, donne sull’uscio e lavandaie. E ancora, figure di dormienti tenere ma allo stesso modo concise o un cortile che è un piccolo miracolo di invenzione formale e puntuale descrizione.

Non finirà mai di stupire la definitiva interruzione di quella pratica espressiva così pienamente iniziata, a favore di un’attività disegnativa che non ebbe mai soste, ma che anzi si intensificò a causa delle difficoltà incontrate in quegli anni di guerra e che rendevano difficile anche la pittura.

Dopo il diploma all’Accademia palermitana Ferma rientrò a Ragusa e prese ad insegnare: qualche mostra, frequenti viaggi a Palermo e Catania, quasi mai oltre lo stretto di Messina prima della fine degli anni quaranta.

Ma dall’isolata Ragusa le sue scelte appaiono precise, conta la fedeltà ad una visione introversa, ombrosa fatta di contenuta passione. Ferma dunque, e la sua vita lo dimostra, non cercava che sé stesso e le opere dicono che la dolcezza di quest’uomo e di quel ragazzo ha sempre nascosto un’estrema indipendenza di motivazioni e giudizio, inattaccabile e appassionata.

La sua produzione di opere fu enorme e incessante da quando, allievo dell’Accademia iniziò intorno al ‘36 fino alla sua morte avvenuta improvvisamente nel 1982. Sono dipinti, disegni, acqueforti che spaziando lungo l’arco dell’intera vicenda dell’artista offrono l’immagine di un pittore che unisce alla forte componente figurativa la tensione dell’affanno espressionista.

All’inizio sono strade, paesi e campi di Sicilia: la violenza del sole, l’aspra calura o la miseria atavica; all’inizio predilige l’acquerello o i disegni acquerellati come:

Gli inizi degli anni ’40 videro i vecchi temi, soprattutto i paesaggi, rapprendersi in una materia più corposa con l’uso più frequente di una spatola accanto alla pennellata più fluida.

Nel disegno la posizione di Ferma è più singolare.

I disegni degli anni ’40 vennero caratterizzati dalla guerra, trasmettendo notevole drammaticità come ad esempio sui fogli dei rifugiati o dei morti ammazzati.

Ma accanto a questi disegni ce ne sono altri sul tema della folla che si svolgono per tutto quel decennio.  Dal ’45 in poi sono da citare:

Nelle numerose varianti, a volte separate da anni, il gruppo diventa folla e questa si snoda in processioni o in file convergenti.

Con questi disegni Ferma conobbe negli anni quaranta e poi nel decennio successivo, la sua stagione realista.

Nei tardi anni quaranta in Italia con i disegni e le pitture si veniva a formare il neorealismo ma Ferma, anche quando affronta il tema corrente dei contadini o degli zappatori, rimane sempre fedele al suo linguaggio interiorizzato e coinvolgente di matrice espressionista. I contadini a cavallo seguono l’eterno errare rassegnato e fatale; gli zappatori non sono inchiodati ad una terra altrui dall’ingiustizia sociale e dallo sfruttamento, ma ne denuncia invece una cupa condizione esistenziale. L’asciutta imponenza che occlude lo spazio delle lavandaie è resa struggente da un esito cromatico misuratissimo.

Nei paesaggi degli anni cinquanta scompariva del tutto la rapida pennellata ed alberi e case strutturano composizioni più salde, costruite con la spatola accanto alla pennellata più fluida.

A partire da questi anni Ferma si sganciava del tutto dalle vicende esterne dell’arte italiana. Gradualmente l’artista passava all’altra fase dell’immediato dopoguerra, quando sui paesaggi  avrebbero prevalso figure di popolani, contadini, zappatori.

Ferma nel ’60, dopo il trasferimento a Roma, venne maggiormente colpito dall’impatto con la nuova realtà urbana che dall’ambiente culturale capitolino, nei riguardi del quale prese le distanze, forte della sua esperienza appassionata quasi trentennale.

In questa fase affronta un profondo mutamento d’ambiente, di vita e di lavoro e i suoi quadri rivelano l’attraversamento di questa complessa situazione. Il fatto raffigurato è assai diverso dai precedenti, lo sfondo è quello della città, i rottami, i rifiuti, la morte, che la rappresentano brutale e rovinosa. La pittura manca dei toni caldi e partecipi di prima e si fa più programmata che vissuta.

Di questo genere di pittura ci sono un numero esiguo di opere che rivelano tuttavia che una svolta in quegli anni ci fu e da essa l’artista sarebbe tornato a sé stesso ma anche a risultati irreversibilmente diversi. Per tutti gli anni sessanta ed oltre, Ferma, la cui opera pittorica, a differenza di quella grafica, non è mai stata abbondante, mantiene il comune denominatore di una pittura non pacificata.

I soggetti e i campi d’azione mutano notevolmente:

 

da certi “limoneti”

Limoneto

a certe “nature morte”

Natura morta con magnolie

A un dipinto su tavola “interno-esterno”  con contrasti di colori accesi

Interno-esterno

A un “Albero” dal respiro possente

Albero n.2

A un “nudo”

A degli oli su tavola

Nel disegno Ferma continua senza pause né flessioni. Proprio dagli inizi degli anni sessanta i disegni non hanno più le consuete ombreggiature, i temi sono quasi sempre drammatici, come ad esempio:

Negli anni settanta Ferma fa registrare una maturità capace di improvvise accensioni cromatiche e di contenuti.

Le folle di prima sono adesso schiere di dannati che sorvolano città fumose, prigionieri che tentano fughe disperate e vane.

Sempre intorno al ’74  il ciclo delle coppie, dove predomina il colore fulvo o rossiccio e dove le coppie sono nude figure femminili, inaugura una fase in cui l’artista non cerca la bellezza dei corpi, ma una sconvolta tensione psicologica e umana in cui i corpi sono sempre di popolane ma ora sfatti e rosseggianti.

Nella serie delle “finestre” la pittura tenta esiti meno narrativi e più giuocati sul piano dell’elaborazione cromatica e compositiva.

Nei disegni Ferma, ora del tutto contro corrente, anzi appartato e sconosciuto, fuori da ogni giuoco di corrente, sembra rimeditare in una chiave fantastica lontane esperienze di guerra, in quella guerra che è nel mondo di oggi e in ciascuno di noi.

L’uomo si intravvede sempre, recluso, dannato, dietro tralicci incandescenti…..quell’uomo in cui l’artista sente il morso di una inquietudine intima; i duri contrasti di colore caratterizzano queste opere in modi diversi, in uno sforzo di dare forma all’inappagata ansia interiore, di farne immagine viva.

Tra le sue ultime opere del 1980 c’è una serie di oli aventi come oggetto vasi di fiori ed in particolare rose che richiamano i temi e i colori di anni precedenti, quasi a voler ritrovare la leggerezza della giovanile produzione.

Ferma fu sicuramente un artista contro corrente, lui diffidava delle correnti, era autentico, sempre sé stesso. Le convenzioni, il mercato, i giuochi di potere mai hanno falsato la sua concezione di arte.

Oggi non è più questione di gusto ma appunto di potere, di mercato, di moda, in regime di totale e scoraggiante falsità.

E l’essere controcorrente, appartato, segregato, è quasi, per l’artista, indispensabile condizione di vita e di lavoro. Questo spiega il silenzio che ha circondato e circonda ancora l’opera di Salvatore Ferma.

 

La sua produzione di opere fu enorme, centinaia e centinaia di disegni, centinaia di pitture eseguite dal 1933 al 1982 anno della sua morte prematura. In questo sito è rappresentata solo una piccola parte delle opere presentate nelle varie mostre allestite in vita e dopo la sua morte.   Tranne le ore dedicate all’insegnamento, che pure amava moltissimo, ha dedicato il resto della sua vita alla sua arte. Nelle sue tasche portava sempre un blocchetto di fogli pronti per essere utilizzati non appena avesse trovato uno spunto, un’ispirazione dettata dal momento e dal luogo o dalla sua mente.

 

Questo sito, anche se pubblicato a distanza di decenni dalla sua scomparsa, è dedicato ad un artista che, per la sua bravura e le sue qualità, è giusto venga conosciuto anche dopo la sua morte.

© 2021 Salvatore Ferma

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